Una formula che può sembrare fumosa, ma che ha un effetto molto concreto: per accedere agli incentivi pubblici, le imprese dovranno garantire trattamenti economici non inferiori a quelli previsti dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni «comparativamente più rappresentative». A febbraio Renato Brunetta aveva difeso sul Sole 24 Ore proprio questa impostazione: non un salario minimo legale, appunto, ma il riconoscimento dei contratti più rappresentativi come parametro del «giusto salario». È il punto che torna nel decreto: dopo aver archiviato la soglia legale, il governo riconosce di fatto ai contratti più rappresentativi una funzione di riferimento.